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Come “ripensare” la progettazione sociale: dalla sostenibilità alla generatività

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La progettazione sociale, oltre a dare risposte immediate, è chiamata a sviluppare un nuovo senso di efficacia, coesione e potere, recuperando un senso di comunità attiva

di Jamil Karim Amirian

Alcuni termini sono sempre più discussi rispetto alla progettazione sociale, termini come sostenibilità, generatività, flessibilità, partecipazione. Cosa determina che un progetto sociale vada oltre i propri confini naturali? Cosa permette che non costituisca un’azione limitata, ma inneschi cambiamenti continuativi e più ampi, basati su una reale partecipazione? Per anni, come progettisti, abbiamo provato a costruire e costruito metodi che fossero esplicitamente orientati a realizzare la progettazione come processo attivo e condiviso, realmente comunitario, in cui ogni attore potesse veder riconosciuto il proprio ruolo e i propri interessi; ma come sempre accade, i metodi e gli strumenti, per quanto intelligenti, sono risultati spesso insufficienti. Probabilmente la questione della sostenibilità sociale dei progetti sta più a monte e non può essere affidata a metodi oppure normative, riguarda lo stesso modo di intendere la progettazione sociale.

Una definizione di progetto
Vi sono infatti dei problemi e delle questioni implicite e meno facili da trattare. Proviamo a rintracciarle in una definizione di progetto. Un progetto è: un’«impresa complessa, unica, con un inizio e di durata determinata, rivolta al raggiungimento di un obiettivo chiaro e predefinito mediante un processo continuo di pianificazione e controllo di risorse differenziate e con vincoli indipendenti di costitempi- qualità» (R.D. Archibald, Project Management, Franco Angeli, Milano 2004); «un progetto è l’insieme di attività correlate attraverso le quali si intende raggiungere una situazione di destinazione modificata e migliore rispetto alla situazione di origine o di partenza» (dal sito www.sordelli.net).
Colpiscono le parole “pianificazione e controllo”, “chiaro e predefinito”, “vincoli”, “destinazione modificata”… Rimandano a un “tenere le redini” di un cavallo altrimenti imprevedibile e ingestibile. Sembra esserci l’idea implicita che la codifica chiara di obiettivi, processi e ruoli faciliti l’impegno comune verso un risultato condiviso. Come se il progetto fosse un’impresa da compiere, una meta da raggiungere, una direzione chiara per cui tutti devono contribuire. Volendo utilizzare una metafora, è come se un gruppo di scalatori dovesse impegnarsi a raggiungere la cima di una montagna, con un percorso stabilito in cui si tratta di collaborare per uno scopo comune.
Questa idea ha certamente un grande valore ed è molto utile in tante situazioni in cui “disperdere” le energie metterebbe a rischio la riuscita finale; ma, come insegnano alcune tradizioni filosofiche, certe rappresentazioni sociali non sono mai innocue e, se non trattate con attenzione, possono diventare controproducenti. In una concezione di progettazione come pianificazione e controllo di risultati chiari, si tende a privilegiare gli aspetti visibili (prodotti, obiettivi, indicatori) e a vedere come strumentali e meno rilevanti gli aspetti invisibili, di processo e impliciti che si sviluppano nei progetti. Anche nel glossario e nelle definizioni provenienti dall’ambito del non profit che la codifica e la chiarezza siano indicati come criteri fondanti della progettazione sociale. Il rischio di questa idea è che si finisca per pensare a cosa realizzare, senza preoccuparsi di cosa succede mentre le cose si realizzano, ovvero del come vengono realizzate e soprattutto, del come vengono vissute da chi le realizza. In questa prospettiva, si tende a pensare che un progetto di successo sia quello che raggiunge i propri obiettivi, conformemente alle regole e ai costi previsti. Pensiamo ai report di valutazione finali: vi vengono spesso riportati dati, numeri, prodotti visibili, mentre sono poche le storie personali, i racconti delle relazioni che si sono consolidate, lo sviluppo di situazioni impreviste, un po’ come se si trattasse prevalentemente di rendicontare indicatori, anche se spesso poco capaci di descrivere cosa è realmente accaduto.
Sembra che la progettazione sociale venga rappresentata prevalentemente come funzione di traduzione operativa di principi generali, priorità politiche e finalità predefinite. Nata in un periodo di slancio e impegno creativo al cambiamento, la progettazione sociale finisce per assomigliare ad uno strumento di realizzazione, controllata, di decisioni già negoziate e assunte altrove. Lo stesso sistema di programmazione e finanziamento dei progetti sociali si basa su una valutazione ex ante ed ex post, in cui gli enti finanziatori sono interessati a utilizzare criteri oggettivi rilevabili, sia per poter scegliere quelli da finanziare, sia per poter difendere le proprie scelte. Questo sistema ha contribuito a creare anche dinamiche di competizione tra enti, per cui i progetti tendono a diventare strumenti di promozione e tutela di sé, piuttosto che occasioni di ripensamento e scoperta.

Il progetto? Un sistema di relazioni
Ma vi sono fattori che riguardano proprio la stessa metodologia di progettazione e il modo in cui è spesso intesa. Un progetto è infatti anche un sistema di relazioni caratterizzate da dinamiche e processi interattivi che sostengono lo sviluppo del progetto, venendo a loro volta modificate in questo sviluppo. Si stabiliscono così rapporti, ruoli, confronti tra volontà, incontri tra differenti idee o interessi. Abbiamo visto la definizione di progettazione come attività rivolta al «raggiungimento di un obiettivo chiaro e predefi nito mediante un processo continuo di pianificazione e controllo». Questo assunto è sempre utile?
I progetti sociali sono imprese in cui occorre controllare e motivare i protagonisti a raggiungere la meta? I contesti sociali non sembrano riducibili a un’idea simile, ma è più realistico vederli come ambienti fortemente dinamici e imprevedibili, che attivamente interagiscono durante i progetti. Sebbene la direzione possa essere predefinita in termini generali, proseguendo la metafora, i progetti sociali sembrano più simili a esplorazioni in un bosco, in cui non si tratta di seguire un percorso, ma di crearlo, processo in cui risorse e ostacoli sono costantemente da scoprire e verificare, tenendo unicamente come riferimento la direzione. In questo senso, la sostenibilità ex post, cioè il fatto che una comunità possa proseguire nell’investire in un progetto anche dopo il suo termine naturale, non deriva unicamente dal valore in sé del modello di intervento sperimentato e validato, ma anche da quanto la comunità si è sentita parte della sperimentazione, ha visto riconoscere le proprie istanze, ha costruito processi di collaborazione, ha vissuto il potere di migliorare il proprio contesto sociale. La sostenibilità è data prevalentemente dalla sperimentazione di una azione comune, da un rinnovato senso di condivisione e reciproca consapevolezza. Non si sperimenta un modello progettuale, ma la capacità di collaborare da parte di tutti i soggetti coinvolti (enti finanziatori, attuatori, destinatari, portatori di interesse), secondo un processo in cui siano valorizzate le differenti volontà e necessità e in cui nessuno assume il ruolo di “garante e controllore del progetto”, attribuendo agli altri soggetti il ruolo di esecutori.

Il rapporto tra progettazione e potere
Si tratta di operare quindi uno spostamento di prospettiva.Il primo tema da focalizzare è il rapporto tra progettazione e potere, ovvero la funzione regolativa e normativa di comportamenti e decisioni. Immaginiamoci un progetto che abbia come principale azione una campagna di promozione e che, durante la realizzazione, molti volontari non svolgano le attività decise nei tempi e nei modi scritti nel progetto.
È una situazione particolarmente faticosa da reggere per chi assume responsabilità della gestione, perché sente venir meno il patto di fiducia sia con i volontari che con la comunità. In questa situazione si può assumere un ruolo di controllo, per cui, magari alla prossima assemblea, “richiamare agli impegni presi”, riprendere pubblicamente chi non era stato coerente con quanto deciso. Oppure fare una scelta diversa e porsi in una posizione di esplorazione, comprensione, valorizzazione di divergenze. Ad esempio, utilizzando quanto successo come occasione di verifica della motivazione dei volontari e di comprensione di cosa sta succedendo nell’associazione, piuttosto che come problema o fallimento. Certamente può essere difficile accettare che un progetto non realizza quanto stabilito, soprattutto se questo può comportare costi rispetto all’immagine di affidabilità dell’associazione. Ma l’immagine non è tutto, occorre essere in grado di promuovere dinamiche di ripensamento e cambiamento e vedere in queste delle preziose risorse per la vita associativa in futuro.
Gestire il potere significa anche saper trattare il tema dei conflitti. I progetti sono organizzazioni intrinsecamente conflittuali, nel senso che, stabilendo decisioni predefinite, si prestano costantemente a ripensamenti, tensioni tra interessi diversi, differenze interpretative delle responsabilità e del lavoro, oltre che dei valori e delle direzioni.

Cosa fare di questi conflitti?
Durante una riunione tra vari attori, durante una fase particolarmente critica, il responsabile di un progetto che prevedeva un partenariato piuttosto complesso e che stava avendo divergenze, decise di richiamare tutti all’aderenza a quanto era scritto nel progetto con una frase che suonava più o meno così: «Il progetto è chiaro, sono chiari gli obiettivi ed i ruoli, quindi basta leggere». Si procedette quindi a riprendere quanto scritto per dirimere le controversie. Anche in questo caso, ci si era concentrati sul realizzare quanto stabilito, a costo di lasciare impliciti e irrisolti i conflitti tra partner. Lo sforzo del responsabile era quindi di spingere l’impegno di tutti all’esecuzione, mentre non si era sentito in alcun modo chiamato ad esplorare i motivi del conflitto e a utilizzarlo. Preso com’era dall’urgenza dei risultati, aveva messo in secondo piano le relazioni. Una riunione di questo tipo può avere esiti molto diversi, a seconda del modo e degli scopi per cui è utilizzata. “Far valere quanto scritto” può dare un messaggio relazionale molto significativo ed avere un impatto rilevante rispetto alla possibilità di comprensione e innovazione; “quanto scritto” appartiene ad una rappresentazione notarile dei rapporti, in cui alla fine le persone sono chiamate ad aderire agli accordi presi, più che essere legittimate nel produrre nuove idee. Anche in questo caso, il modo in cui la riunione è gestita e in generale sono gestiti i rapporti durante il progetto ha il potere di aumentare o inibire la componente produttiva ed esplorativa dei progetti.
Il richiamo agli impegni costituisce il tipo di relazione che spesso intercorre nei rapporti con gli enti finanziatori. Ricordo il tono utilizzato in una riunione da parte della responsabile di un dipartimento pubblico che aveva finanziato un progetto in cui i tempi stavano slittando, un atteggiamento tra la minaccia e il rimprovero. Praticamente, incontrando noi soggetti attuatori non ci fece nemmeno una domanda, limitandosi a comunicarci i rischi economici a cui stavamo andando incontro e quanto il nostro progetto fosse reputato fallimentare. Cosa passava per la testa di quella responsabile? Che tipo di rapporto stava proponendo? Sembrerebbe avesse in mente un modello in cui il dipartimento era l’appaltante e il gruppo delle realtà private era l’esecutore, così come può avvenire in qualsiasi affido di opere pubbliche o quando si commissiona ad una ditta la ristrutturazione della propria casa: i ritardi sono visti come venir meno agli accordi e si ritiene utile una modalità minacciosa per forzare gli esecutori manchevoli a comportarsi in modo adeguato alle richieste del committente. Non voglio sminuire le pressioni, in termini di risultati da rendicontare, da parte di chi ha responsabilità, soprattutto dopo aver finanziato un progetto (scegliendolo al posto di altri), ma l’uso del potere per “richiamare agli impegni” assume come presupposto implicito che chi non sta rispettando i tempi semplicemente non lo voglia fare. In questa idea, si perde completamente la preziosa occasione di capire come e perché gli attuatori (per altro professionisti adulti ed esperti), hanno avuto difficoltà, cosa è cambiato, quali altre volontà si stanno opponendo, quali interessi diversi possono essere ricomposti in una nuova riprogettazione, magari con obiettivi più realistici e più vicini alle richieste degli utenti, piuttosto che del finanziatore. Lo sviluppo di quel progetto finì, comprensibilmente, per avere tratti comici.
A seguito della riunione, tutto il partenariato si impegnò a realizzare i risultati stabiliti e pretesi dalla direttrice nei tempi giusti, gli utenti furono, per quanto possibile, obbligati a partecipare alle attività, gli esiti numerici e gli output riportati nei report finali furono del tutto in linea con quanto scritto nel progetto e il valutatore esterno espresse un giudizio totalmente positivo. La direttrice, c’è da immaginarsi, fu soddisfatta di poter inserire anche questo tra i progetti di successo, del tutto presa da questa logica di produzione che poco ha a che fare con la realtà. Il progetto si concluse, ma gli enti non furono motivati a presentare altre proposte e soprattutto ad utilizzare quell’occasione per sviluppare nuove idee, più in sintonia con le domande dei contesti che nel frattempo erano state preziosamente suscitate. Gli utenti, comprensibilmente, rinforzarono la propria convinzione che le amministrazioni sono unicamente interessate a promuovere se stesse.

Il progetto è un mezzo e non un fine
Favorire sostenibilità ex post e generatività durante i progetti, in altri termini fare in modo che le comunità coinvolte ne assumano più direttamente la responsabilità significa, innanzitutto, vedere negli stessi progetti un mezzo e non un fine. Significa introdurre nella progettazione sociale la funzione di esplicitazione dei conflitti e delle contraddizioni, promuovere la distribuzione del potere, presidiare ed evidenziare gli scostamenti da quanto programmato, significa utilizzare le decisioni assunte per attivare confronti, non semplicemente eseguirle. In questa prospettiva, si può agire anche e soprattutto verso il consolidamento delle relazioni, più che verso la realizzazione delle attività, verso le finalità prospettiche, più che verso i risultati tangibili a breve tempo, verso l’apertura di possibilità, più che verso pochi e chiari obiettivi.
Un progetto è uno dei modi in cui una comunità si può organizzare per rispondere utilmente alle proprie domande sociali; non ci sono possessori di volontà più rilevanti delle altre, ma si tratta di un sistema che può o meno efficacemente collaborare e in cui ogni imposizione di potere ha come conseguenza una possibile perdita di partecipazione. In tal senso, non sono i risultati predefiniti che devono essere valorizzati e utilizzati come criterio, ma lo stesso protagonismo della comunità nel perseguire le proprie finalità. Si può dire che un progetto che abbia la capacità e la legittimazione di ripensarsi possa indicare la volontà dei partecipanti di appropriarsene. Un progetto di successo, in questa ipotesi, è quello in cui in primo luogo si è promosso il dialogo e si sono strette alleanze per esplorare nuovi sviluppi, si è creata una rete relazionale che ha dimostrato di essere aperta alla gestione produttiva dei conflitti e quindi che si pone come base per l’innovazione.

Una nuova fase della progettazione
Sembra che si stia entrando in una nuova fase della progettazione sociale, in cui, più che realizzare interventi per obiettivi definiti, sembra importante offrire contesti di condivisione di potere e fiducia nella possibilità di cambiamento. Ormai la società si sta evolvendo e il disagio sembra non essere confinabile in particolari categorie, in cui da un lato stanno le amministrazioni e dall’altro gli utenti, mentre il privato sociale e gli operatori sono chiamati a realizzare servizi efficaci. L’ultima rilevazione del Censis sullo stato sociale del Paese, conferma che la deprivazione coinvolge anche famiglie che sono al di sopra della soglia di povertà, le cui energie e risorse (anche economiche) sono trattenute e non investite e in cui sembra perdersi la proiezione sul futuro. La società italiana sembra attraversata dalla sfiducia molto più che dalla povertà, una sfiducia che è premessa per ulteriore esclusione. La progettazione sociale è chiamata, oltre che a dare risposte efficaci immediate, a sviluppare un nuovo senso di efficacia, di coesione e di potere, in cui ogni soggetto possa innanzitutto contribuire al recuperare il senso di comunità attiva.

(Tratto da numero 3 di Vdossier anno 2016)

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