A B Il coraggio di “perdere” tempo per costruire rapporti solidi tra enti pubblici e non profit | Ciessevi

Il coraggio di “perdere” tempo per costruire rapporti solidi tra enti pubblici e non profit

StampaStampaPdfPdf

Pazienza, dialogo e tenacia: ecco i segreti per saldare legami con le istituzioni, punto di partenza e di riferimento per una coprogettazione articolata su tre livelli

di Paolo Marelli

«Nella coprogettazione occorre avere il coraggio di perdere tempo nelle relazioni fra enti pubblici e del Terzo settore, sapendo che non è mai tempo perso. Perché il ritorno che se ne avrà, sarà solo a vantaggio dell’ottima riuscita di ciascun progetto». È la lezione che l’esperienza ha insegnato a Sergio Palazzo, che da quindici anni è al timone del Cbi (Coordinamento bergamasco integrazione) ed è stato uno dei pionieri della coprogettazione con il Comune di Bergamo, enti locali e organizzazioni del non profit sul fronte della disabilità. «La coprogettazione è come una santa alleanza », aggiunge Palazzo, che è il primo a sapere che per siglarla «bisogna esercitare l’arte della pazienza, della diplomazia e del dialogo. Altrimenti non si superano difficoltà, incomprensioni e steccati.
Bisogna smussare gli attriti e le asperità non prendendo le situazioni di petto». Ma Palazzo non rinuncia anche alla critica. In particolare nei confronti del Terzo settore: «Il non profit impari a rispettare i ruoli altrui e a far rispettare i propri. Metta da parte quel comportamento rivendicativo e sia più disposto a collaborare. Ma soprattutto impari a essere più tenace nel raggiungere i propri obiettivi». Insegnamenti acquisiti sul campo quelli di Palazzo, consigli che vengono dal basso, da chi tutti i giorni porta sulle spalle il suo mattone della solidarietà per costruire il bene comune.

Una lezione sul tempo da dedicare a relazioni, rapporti e interazioni con istituzioni e non profit che ben si sposa con l’attività di studio e di ricerca portata avanti da anni sul tema della partnership fra pubblico e Terzo settore da Ugo De Ambrogio e Cecilia Guidetti. E che i due sociologi hanno condensato in un volume (“La Coprogettazione”, Carocci Faber 2016) fondamentale per conoscere la materia in questione in tutti i suoi molteplici aspetti. Per i due studiosi la coprogettazione «comprende molto più del semplice “progettare insieme” poiché si realizza attraverso la costruzione di un quadro di riferimento condiviso, l’individuazione di priorità di intervento, la definizione della strada migliore per perseguirle e degli specifici ruoli e responsabilità dei diversi soggetti coinvolti, per poi arrivare alla loro implementazione e realizzazione, il tutto nel quadro di una relazione di partnership». Ma come si fa una buona coprogettazione? Che cosa ci fa dire che essa è tale, e che cosa la rende “reale” e diversa dalle altre forme di collaborazione tra enti pubblici e organizzazioni del Terzo settore?.

I tre piani della coprogettazione
Il tempo investito dalle organizzazioni di volontariato e, più in generale, dagli enti non profit, nelle relazioni tanto all’interno del perimetro del Terzo settore, quanto più all’esterno con le istituzioni locali e non, riveste un ruolo chiave anche alla luce della ripartizione su tre livelli della coprogettazione, così come è formulata da De Ambrogio e Guidetti. Suddivisione che costituisce la strada maestra da seguire. I due sociologi, infatti, distinguono tre piani che forniscono un’utile metodologia coprogettuale:

  1. istituzionale, che attiene alla definizione e al mantenimento di una relazione di paritarietà tra i diversi soggetti coinvolti;
  2. progettuale, nel quale la coprogettazione è finalizzata alla definizione condivisa di obiettivi, strategie di intervento e relative azioni;
  3. gestionale, operativo e finanziario, spesso chiamato anche della cogestione, che attiene allo sviluppo e alla realizzazione di quanto progettato.

«Allo stesso tempo - continuano i due studiosi - distinguere diversi livelli della coprogettazione aiuta a identificare con chiarezza quale partecipazione è richiesta in ognuno di essi per le associazioni coinvolte (ente locale e del Terzo settore): il livello istituzionale della coprogettazione prevede il coinvolgimento dei rappresentanti politico- istituzionali delle organizzazioni (gli amministratori, i dirigenti e i presidenti degli enti non profit); il livello progettuale prevede la partecipazione, da ambo le parti, di tecnici con funzioni di responsabilità e coordinamento, capaci di assumere un’ottica progettuale e strategica in linea con le indicazioni politico-istituzionali della propria organizzazione; il livello gestionale è costituito dagli operatori, siano essi del pubblico o del privato sociale, che sono poi le persone deputate a realizzare concretamente gli interventi». «È chiaro - fanno notare De Ambrogio e Guidetti - che questa distinzione tra chi definisce gli orientamenti strategici, chi progetta e coordina e chi realizza non sempre avviene in modo rigoroso, considerando che spesso sia i Comuni sia le realtà non profit sono dotati di un organico limitato, in cui le persone ricoprono contemporaneamente diversi ruoli».

Il livello istituzionale
Il livello istituzionale della coprogettazione è strategico sia perché attiene a «negoziare fra pubblico e soggetti non profit le forme e le modalità dell’inclusione del Terzo settore nella rete integrata dei servizi sociali»; sia perché instaura e disciplina «rapporti di collaborazione fra pubblica amministrazione e soggetti del Terzo settore che intendono condividere le responsabilità della funzione sociale; e infine perché realizza «forme di collaborazione mediante messa in comune di risorse, non solo economiche, tra pubblica amministrazione e Terzo settore per l’attuazione di progetti e obiettivi condivisi». Inoltre, facendo leva su una buona dote negoziale da ambo le parti, il livello istituzionale della coprogettazione è importante perché serve anche ad allineare la vision che le diverse associazioni hanno rispetto all’oggetto di intervento e ad accordarsi su una strategia condivisa. Quel che è certo è che, come spiegano De Ambrogio e Guidetti, «l’elemento complicato di questo livello di coprogettazione è dato dal fatto che Comune e organizzazioni del privato sociale partono da due punti diversi»: nell’avviare una coprogettazione, il primo ha già «individuato un campo o una priorità di intervento, e l’ha fatto sulla base di considerazioni di tipo tecnico o politico». Le seconde, che devono “allinearsi” con l’ente pubblico, «si trovano a dover intervenire su un terreno da gioco definito da altri, ed è importante che sia consentito loro di disporre di tutte le informazioni e gli strumenti per capire “a che gioco stanno giocando”, per esempio attraverso la condivisione di dati completi relativi al fabbisogno, o alle risorse fino a quel momento utilizzate o, ancora meglio, di valutazioni approfondite degli interventi realizzati».

Il livello progettuale
Senza buone relazioni ne risentirebbe anche il livello progettuale, in cui si definiscono le concrete proposte operative di intervento della co-progettazione. Ma soprattutto si gettano le basi per la corresponsabilità e contitolarità degli interventi, in una logica di piena collaborazione e cooperazione a tutti i livelli fra pubblico e Terzo settore. Non a caso, da entrambe le parti, coloro che prendono parte a questa fase sono dei tecnici con ruoli di coordinamento e responsabilità. Ma che cos’è necessario al livello progettuale perché funzioni e sia efficace? Ci sono alcuni ingredienti di tipo relazionale che sono necessari per una buona coprogettazione:

  1. Persone motivate e capaci di rappresentare adeguatamente la propria organizzazione: i percorsi progettuali richiedono tempo e pazienza nel lavoro di definizione e ridefinizione del progetto stesso.
  2. La fiducia e la capacità di confronto senza pregiudizi reciproci tra enti pubblici e realtà del non profit.
  3. L’amministrazione pubblica deve smarcare il livello progettuale dalla “politica”, affinché ci si focalizzi soltanto sui contenuti tecnici dell’intervento.
  4. La definizione chiara, all’inizio e durante, di ruoli, funzioni e responsabilità in capo a ciascun soggetto.

Il livello gestionale
Buone relazioni sono cruciali anche per il livello gestionale, operativo e finanziario della coprogettazione. Ciò significa far sì che la relazione di partenariato tra pubblico e Terzo settore sia concreta su più livelli:

  • gestionale, con decisioni concordate in relazione allo sviluppo del progetto;
  • operativo, attraverso l’intervento congiunto per la realizzazione di attività, azioni, servizi;
  • finanziario, per mezzo di una corresponsabilità anche sotto il profilo economico, attraverso anche campagne di fund raising.

Relazioni orientate alla cogestione si traducono anche nel superamento di una stretta ripartizione tra soggetti che realizzano gli interventi e soggetti che si occupano di indirizzarli e controllarne l’attuazione. Ecco perché sono cruciali la presenza di un co-coordinamento paritario tra Comune e soggetti partner del non profit; la costituzione di una direzione tecnica e organizzativa del progetto allargata e mista; il co-coordinamento delle azioni da parte di rappresentanti del Comune e del Terzo settore; la creazione di una équipe di operatori delle due parti che realizzano concretamente gli interventi. Da ultimo, per quanto concerne l’aspetto economico, c’è da sottolineare che di per sé la coprogettazione non ha lo scopo di aumentare le risorse. Anche perché il cofinanziamento non è un suo elemento essenziale. Semmai il confinanziamento può essere non il fine ma un valore aggiunto. Del resto, la coprogettazione permette l’integrazione delle risorse disponibili dell’ente pubblico o derivanti da altri enti coinvolti (per esempio, le fondazioni), con il capitale sociale messo in campo dal Terzo settore sia come conoscenze e competenze; sia come sedi e strutture, e infine con le sue reti di relazioni nell’ambito del fundraising.

(Tratto da numero 3 di Vdossier anno 2016)

Progetti

Ciessevi fa parte della rete