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Solidarietà e impegno civico. Quando fare volontariato è un esercizio di cittadinanza

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#artedellintegrazione

La partecipazione degli stranieri alla vita pubblica e al non profit facilita la strada dell'inserimento nella nostra società. Moro e Frisanco studiano il fenomeno.

di Paolo Marelli

Volontariato e impegno civico, partecipazione alla vita sociale e associazionismo tra e per i migranti giocano un ruolo cruciale nell’integrazione degli immigrati nel Paese di accoglienza perché sono esercizi di cittadinanza. Il teorema enunciato dal sociologo Giovanni Moro e da Renato Frisanco della Fondazione Italiana per il Volontariato (vedi note in fondo all’articolo) sembra destinato a scrivere una nuova pagina della solidarietà. Una tesi distillata da entrambi gli studiosi dopo un lavoro di analisi e di ricerca ad ampio raggio e di lungo corso. Passando sotto la lente d’ingrandimento un’area del non profit made in Italy, Moro non ha dubbi sul fatto che la partecipazione civica sia «un’opportunità di assoluta rilevanza» per migranti e profughi. E la sua certezza appoggia su due ragioni: «Da un lato, prendere parte alla vita pubblica dà la possibilità di praticare la cittadinanza anche in assenza dello status giuridico di cittadino. Dall’altro, la partecipazione degli immigrati al tessuto di iniziativa civica del Paese di residenza può essere una leva fondamentale per influire sul contenuto e la costruzione della cittadinanza stessa». 

Un’adesione alla duplice motivazione di Moro echeggia anche nelle tesi sostenute da Frisanco: «Il binomio solidarietà e attivismo civico assicura la rappresentanza rispetto alle istituzioni e ha un ruolo di “facilitatore” delle relazioni fra i migranti e i loro diversi interlocutori sociali». Inoltre «favorisce il dialogo interculturale e di intermediazione tra i singoli immigrati e la società che li ospita». 

Ma tanto Moro, quanto Frisanco sono concordi nel ritenere che tale realtà grave; sia stata poco studiata fino a oggi in Italia. Al punto che le indagini quantitative e qualitative redatte sono per lo più locali e non nazionali, come il dibattito culturale che ruota attorno al tema. Eppure, nonostante la fotografia sia sfuocata e insoddisfacente, si registra una crescita numerica di associazioni di immigrati. Seppur non recente, ma non meno importante, è la ricerca di Fondaca del 2009-2010. Questa analisi mette in luce il fenomeno della partecipazione civica degli immigrati nelle organizzazioni della società civile. Fa emergere che solo il 26,4 per cento degli enti interpellati ha dichiarato di avere immigrati nella propria membership e meno del 10 per cento ha degli immigrati in un ruolo di leadership.

Gli stranieri nelle organizzazioni civiche focalizzate sull’immigrazione sono in media 8,6 per organizzazione, pari al 18,4 per cento dei membri delle associazioni stesse. Il 49,6 per cento ha un’età tra i 25 e i 35 anni, mentre il livello di istruzione è elevato: il 53,1 per cento ha un diploma di scuola superiore il 27 per cento una laurea. Nel 79,4 per cento queste persone sono donne, nel 31 per cento delle associazioni per persone immigrate hanno un lavoro retribuito e nel 28,7 per cento dei casi esse ricoprono cariche direttive. Gli immigrati nelle organizzazioni civiche mainstream, cioè non impegnate nelle politiche dell’immigrazione, sono il 26 per cento, hanno età compresa fra i 35 e 50 anni, uno su quattro è in possesso di una laurea, il 53,6 per cento ha un diploma di scuola superiore. A completare il quadro la percezione della presenza di stranieri nelle Odv da parte dei rappresentanti delle organizzazioni stesse: per il 73,6 per cento di essi tale presenza è scarsa e solo per il 4,4 per cento è significativa. Non si può quindi non registrare negli stessi enti non profit un certo grado di consapevolezza che esiste un gap nel livello di partecipazione delle persone immigrate nel Terzo settore.

Riflettendo al di là dei numeri, Frisanco delinea come, negli ultimi cinque anni, sia cambiata la qualità del fenomeno migratorio in Italia. Infatti l’immigrazione è più radicata nel nostro Paese. «Spostamento di famiglie (anche a seguito dei ricongiungimenti familiari), radicamento nelle comunità di inserimento, presenze multietniche in relazione alla variegata estrazione di provenienza - osserva -. Ciò permette l’insediarsi di vere e proprie comunità di stranieri. Ciò determina sia dei problemi in termini di inserimento sociale, con il rischio, per esempio, che il disagio di una componente di immigrati (soprattutto se clandestini o irregolari) si cronicizzi nella devianza con contraccolpi negativi su tutta la comunità. Ma determina anche delle opportunità per la società nel segno dell’interculturalità, oltre che dei vantaggi per il mercato del lavoro. Al progetto di stabilità fanno riscontro la ricerca di una cittadinanza più garantita (secondo lo slogan «Non solo stranieri ma anche cittadini») perché a differenza dei tradizionali Paesi di immigrazione, l’Italia si caratterizza per avere molti stranieri e pochi cittadini di origine straniera».

Se questa è l’Italia odierna, per Frisanco occorre anche sottolineare che «c’è una marcata eterogeneità delle associazioni dei migranti per storia, livello di articolazione e consolidamento dell’organizzazione interna, composizione etnica, qualità dei rapporti con le istituzioni locali e con le altre associazioni, autorevolezza nell’ambito di riferimento, caratteristiche della leadership, numero e tipo delle attività portate avanti». 

Sempre dipingendo un quadro dello scenario di casa nostra, risulta che le associazioni di migranti svolgono una funzione assistenziale, si prendono “cura” di persone in difficoltà, forniscono un aiuto diretto, materiale, di orientamento ai servizi e alle opportunità disponibili. Poi ci sono le organizzazioni strutturate, quelle che sono in grado di gestire interventi “pesanti” e continuativi con personale remunerato e specializzato, nonché giovandosi di finanziamenti pubblici. Si tratta spesso di cooperative che fornisco agli immigrati servizi più complessi (come i centri di accoglienza) e realizzati attraverso appositi progetti. Vanno inoltre ricordati i gruppi di pressione dell’associazionismo “rivendicativo” volto alla tutela dei diritti attraverso un’attività di advocacy con impatto sui testi normativi e sull’opinione pubblica. È un tipo di intervento a forte movente politico e sindacale a tutela dei soggetti più deboli ed esposti a discriminazione, razzismo e a trattamenti ingiusti. Infine ci sono le organizzazioni di mutuo aiuto che rappresentano una modalità auto organizzata di rispondere ai propri bisogni. Sono tipi di realtà assimilabili alle reti e all’associazionismo etnico in quanto intervento promosso dagli immigrati.

Frisanco mette bene in chiaro che «tra le funzioni più importanti svolte dalle organizzazioni degli immigrati vi è anzitutto quella di salvaguardare l’identità culturale di provenienza della propria comunità, mantenendo i rapporti con il proprio Paese e vivificandone la cultura e la lingua perché divenga patrimonio trasmissibile alle seconde generazioni. Infatti, l’obiettivo dell’integrazione non è riducibile al desiderio di essere assimilati all’interno della società italiana».

Dopotutto integrarsi non significa scomparire. In seconda istanza «le associazioni dei migranti sono una forza di pressione politica e un attore capace di entrare in relazione con le istituzioni locali, per far sentire la propria voce in tutti quei processi decisionali le cui ricadute appaiono rilevanti per le comunità immigrate. E le associazioni dei migranti sono un nodo fondamentale di una rete di relazioni che coinvolge numerosi attori di natura diversa». Eppure, a fronte di tali importanti funzioni, le Odv dei migranti non hanno la solidità che ci si aspetterebbe. Piuttosto evidenziano una fragilità e una scarsa strutturazione, svolgendo un ruolo assai limitato nella vita politica e sociale del Paese. Non a caso, per Frisanco, tale debolezza innesca un circolo vizioso per cui «le istituzioni locali non affidano a esse compiti di responsabilità impedendo così loro di maturare tutte quelle esperienze che potrebbero portare a un loro rafforzamento e a una maggiore affidabilità». Al contrario, mostra una notevole vitalità l’auto mutuo aiuto delle reti informali a base etniconazionale, pur se «alquanto differenziate a seconda dei gruppi nazionali, sono spesso capaci di sostenere in vari modi l’inserimento sociale e lavorativo dei loro membri». Volgendo lo sguardo al futuro, Frisanco suppone per le associazioni dei migranti «un miglioramento qualitativo e un’intensificazione dei rapporti con le istituzioni locali, dalle quali ambiscono a essere riconosciute sempre più come interlocutori autorevoli e imprescindibili nell’ambito dei processi di integrazione sociale».

D’altro canto, l’importanza della partecipazione degli immigrati alla vita delle società di accoglienza attraverso l’associazionismo è stata affermata a livello europeo dalla “Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale”, adottata dal Consiglio d’Europa il 5 febbraio 1992 e ratificata dall’Italia con la legge 203/94. Un sigillo di ufficialità da cui prende le mosse Moro per rimarcare che la rilevanza dell’integrazione civica, intesa come pratica da parte delle persone immigrate alla cittadinanza, non in termini di voto ma di partecipazione alla policy making, è una fondamentale forma di integrazione. Perché? «Se è vero che le persone immigrate non possono in generale accedere alla cittadinanza come status giuridico, è altrettanto vero che essa debba essere considerata anche come un processo e come un sistema di rapporti sociali e culturali. 

Cosicché le relazioni dinamiche tra le persone, singole o associate, e la comunità politica sono costituite dalla cittadinanza stessa». In definitiva per Moro si comprende che le pratiche di partecipazione sono elemento costitutivo della cittadinanza stessa. «L’effetto di cittadinanza che si può generare per gli immigrati che vi partecipano è connesso all’affermazione e alla pratica del principio di residenza (lo ius domicilii) come base della cittadinanza nella sua forma di civic citizenship». Come a dire che gli immigrati possono entrare nella cittadinanza dalla porta del principio di residenza, in quanto c’è un’evidente relazione tra l’integrazione sociale delle persone immigrate e il funzionamento di un tessuto associativo nella società civica dei Paesi di arrivo.

* Giovanni Moro, “La partecipazione civica dei migranti: lo scenario italiano”, in “Studi Emigrazione” rivista del Centro Studi Emigrazione, Roma 2013; “Gli immigrati attori della cittadinanza”, in “Rapporto sulla immigrazione 2015” di Caritas Migrantes, Roma 2016; “I fenomeni migratori e il paradigma della cittadinanza democratica” in “La sfida delle migrazioni: rischi e poortunità” a cura di Giulio Cipollone, Gangemi 2014

* Renato Frisanco, “Associazionismo tra e per gli immigrati in Italia”, intervento al Convegno Omcvi, Roma 2008; “Volontariato, processi di integrazione e associazioni di immigrati” in “Produrre cittadinanza. Ragioni e percorsi dell’associarsi tra immigrati” a cura di Francesco Carchedi , Giovanni Mottura, Franco Angeli, 2010

(Tratto da numero 2 di Vdossier anno 2017)

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