| Il sistema HACCP nel volontariato |
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![]() A cura di Sabrina Magni, Carmelo Marano, Alessandra Pieri Per affrontare in modo costruttivo il tema dell’HACCP, è indispensabile una riflessione sulle ragioni e sui principi che hanno ispirato questa metodologia. Una riflessione che va fatta prima di concentrarsi sulle sue implicazioni pratiche. La normativa che ha introdotto nel nostro Paese il sistema HACCP, è frutto del recepimento di direttive europee che propongono un modo nuovo di vivere il rapporto tra lo Stato, nella sua veste di tutore della salute pubblica, e il cittadino/operatore alimentare, responsabile della buona conduzione di un processo produttivo in cui la salute può essere messa a rischio. La novità sta nel fatto che, per la prima volta, la relazione tra lo Stato e il cittadino non si basa più sul metodo della punizione/sanzione come strumento coercitivo con cui il primo obbliga l’altro ad un determinato comportamento (sistema a “comando e controllo”). Prefigura, invece, la collaborazione per raggiungere un obiettivo comune: la prevenzione dei rischi di natura alimentare. Ma cosa comporta questo metodo di prevenzione per il mondo del volontariato e le sue attività? L’HACCP è finalizzato a individuare luoghi, azioni e comportamenti che possono rappresentare un ipotetico pericolo e operare di conseguenza per evitare o limitare gli eventuali danni. Il mondo del volontariato, nel perseguire le finalità istituzionali, spesso svolge attività che hanno a che fare con la manipolazione di alimenti o di bevande. Quindi, è direttamente coinvolto nel prevenire comportamenti che possono determinare pericolo. Le caratteristiche del lavoro volontario ( azione senza fini di lucro motivata da libera scelta, limitata disponibilità di tempo , differenti livelli di capacità in possesso ) dovranno essere coniugate dall’organizzazione in cui operano con i criteri di autocontrollo , formazione e comportamenti tali da superare sia i controlli degli Enti competenti che da garantire un livello qualitativo per il servizio che si intende fornire come risposta a bisogni sociali. Per questo motivo il Coordinamento Regionale dei CSV ha scelto di procedere a una sorta di “pre-autocontrollo” per riflettere sull’anomalia rappresentata dal contesto in cui le organizzazioni non profit operano. Infatti, gli operatori addetti alle attività sono quasi sempre volontari che spendono se stessi e il proprio tempo per la collettività, ma che normalmente non hanno quelle conoscenze professionali di base che l’attività in sé richiederebbe. Quindi, abbiamo deciso di intervenire con strumenti formativi/informativi mirati, utili a sanare, per quanto sia possibile, questa innegabile lacuna. È una assunzione di responsabilità nei confronti della salute delle persone e soprattutto una questione etica: il volontariato deve garantire alle persone con cui viene in contatto un modo di agire serio, rigoroso e soprattutto rispettoso della loro salute tanto quanto dei loro bisogni. Sono queste, alcune delle considerazioni che dovrebbero spingerci a scegliere di essere soggetti attivi di questo processo formativo, quindi di non limitarci semplicemente a subirlo come uno dei tanti adempimenti burocratici. Come spesso capita, sta solamente a noi decidere che lo vogliamo fare, non perché è obbligatorio, ma solamente perché è giusto. Scarica l'opuscolo in formato |
